mercoledì 29 luglio 2015

Cassazione: «Sistema inquinato». Ma non spiega come

La Cassazione riporta indietro l’orologio di Calciopoli: si torna alle cene e alle griglie, ai quei «contatti con il mondo arbitrale» che costituiscono «la prova dell’inquinamento complessivo del sistema». Scrive così la Cassazione nelle motivazioni della sentenza, il cui dispositivo era stato emesso il 24 marzo e aveva “prescritto” Antonio Giraudo e Luciano Moggi, ex amministratore delegato ed ex direttore generale della Juventus. Quarantacinque pagine nelle quali si prendono in considerazione i ricorsi alle sentenze di secondo grado e nelle quali si reiterano alcuni equivoci di fondo, tramandati da sentenza a sentenza nel corso dei lunghisismi nove anni della vicenda. La giustizia ha deciso che Moggi e Giraudo hanno effettivamente «inquinato» il sistema, lo ha deciso nel 2006 e non ha voluto sapere, né conoscere altre verità. Anzi lo aveva deciso prima, durante le indagini, quando non erano state prese in considerazione tutte le telefonate che potevano scagionare o alleviare la posizione dei dirigenti della Juventus, fino a smontare il concetto stesso di Cupola. Moggi e Giraudo, dunque, hanno «inquinato» il sistema: termine che serve a dribblare il fatto che nessun giudice ha mai rietnuto sufficienti le prove per affermare che quel campionato (oggetto di indagine fu solo il 2004-05) è stato effettivamente alterato. Anzi, nella sentenza di primo grado si legge sostanzialmente il contrario. Esistono cioè le famose «grigliate», ovvero le telefonate fra Moggi e il designatore Bergamo, durante le quali i due stabilivano gli arbitri da inserire nello schema del sorteggio. Telefonate che hanno particolarmente colpito la Cassazione che le cita come esempio di inquinamento. Insomma non viene tenuto in considerazione fatto che anche altri dirigenti (Meani del Milan, Facchetti dell’Inter, tanto per fare un esempio, ma l’elenco potrebbe essere lungo) chiamassero Bergamo per perorare la loro causa e chiedere esplicitamente questo o quell’arbitro (Collina, per esempio...). Ma quindi, quante cupole esistevano? La Cassazione non ce lo dice, anche se ammette fra le righe che «il sistema delle predisposizione delle griglie era piuttosto diffuso» e ammette che gli sviluppi dei comportamenti di Meani e Facchetti (citati esplicitamente) «non sono stati approfonditi dalle indagini». Il processo di Calciopoli si conclude, quindi, senza sapere come mai Moggi e i suoi sodali abbiano messo in piedi tutta la struttura, con tanto di schede svizzere supersegrete per la Cassazione, se poi alla fine non c’erano arbitri disponibili a “truccare” le partite. Sono stati assolti tutti tranne due e uno dei due (De Santis) viene condannato per una partita in cui la Juventus non c’entrava niente. Insomma, la Cassazione ratifica quello che sapevamo già e quello che abbiamo saputo dopo. (Tuttosport.com)

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